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Come uscire dall'era del precariato PDF Stampa E-mail
Se ci provi ci riesci.  Come uscire dall’era del precariato

È in libreria “Precari e contenti” di Angela Padrone (Marsilio editore, 232 pagine, 14 euro).  E' una raccolta di storie: giovani alle prese con il mondo del lavoro, costretti a districarsi tra le difficoltà della scelta diunafacoltà epoi tra le opportunità di lavoro. Un libro che vuole sfatare due luoghi comuni. Il primo è quello del precariato come destino di una generazione sfortunata: non è così, nella flessibilità tutti possono trovare la loro occasione, anchequelli più svantaggiati come le donne e i giovani del Sud.
Il secondo luogo comune è quello della legge Biagi come "grande colpevole", quando invece quella legge ha tutelato il lavoro flessibile: il problema è che è rimasta lettera morta nelle parti che prevedono ammortizzatori sociali, più trasparenza del mercato, canali di collegamento studio-lavoro. Il libro punta lo sguardo su un mondo pieno di problemi e complessità, ma con la volontà di dare qualche suggerimento, di fornire qualche buon esempio e di trovare anche qualche motivo di ottimismo.

di Angela Padrone


Trovare lavoro è un triplo salto mortale. Inutile farsi illusioni. È sempre stato così, anche se ogni generazione ha la sensazione di vivere tempi eccezionalmente duri. (...) Lo spauracchio dei giovani oggi è il lavoro precario. In Italia ci sono secondo alcuni due milioni di precari, quasi quattro milioni secondo altri, e sono probabilmente destinati ad aumentare, come nel resto del mondo. In Italia i contratti a termine sono all’incirca il 12% del totale, al di sotto della media europea, che è oltre il 14%, e siamo ben lontani dal 33% della Spagna.
Questi precarida noi vengono coccolati, blanditi e compatiti da una bella fetta del mondo sindacale e politico e anchedailoro genitori. Mai le famiglie sono state tanto in pena per i loro ragazzi, neanche dovessero partire per una guerra destinata a falcidiarli. Nei discorsi di qualunque madre o padre del ceto medio, soprattutto se ha “fatto tanto” per far studiare i figli, la parola “precario” spunta come una condanna preventiva, ed è diventata un luogo comune. Per una sorta di contagio, di quelli che spesso avvengono nel nostro pigro linguaggio quotidiano, quasi non ci si chiede più di che cosa si parli veramente.
Ma qual è l’altra faccia di questa bandiera che, appena sventolata, chiude subito ogni possibilità di discussione? Davvero il precariato è la condanna a morte “sociale” che aspetta al varco i ragazzi di belle speranze? Io non lo credo. Credo che siano tanti i giovani e meno giovani, le donne e le categorie svantaggiate che, grazie a una maggiore flessibilità del lavoro, riescono comunque a entrare nel mercato. Molte di queste persone un lavoro, altrimenti, non lo troverebbero mai. Attraverso le diverse esperienze, attraverso contratti a termine, stage, lavoro interinale, esistela possibilità di cercare la propria strada. Ci si può costruire una storia. Spesso si può scegliere.
I migliori, quelli veramente bravi, quelli che non mollano mai l’osso e sono disposti a sacrificarsi per realizzare le proprie aspirazioni, usano tutti questi strumenti per andare avanti come treni. Per gli altri, la maggior parte, si tratta comunque di un mondo di opportunità. Opportunità come mai se ne sono viste prima, dalla fine degli anni Settanta in poi, visto che la disoccupazione è scesa da noi, per la prima volta in trent’anni, sotto il 7%. Per alcuni, i più deboli, i meno preparati, i meno intelligenti, i mal consigliati, i meno fortunati, la flessibilità può diventare, è vero,uncircolo vizioso. Ci sono imprenditori che usano i contratti flessibili solo come forma di sfruttamento, e allora è giusto controllare e intervenire.
È importante fare qualcosa perché una società postmoderna eviti quella che alcuni chiamano la trappola della precarietà. Soprattutto, in un mondo in cui la flessibilità è la regola, i cosiddetti ammortizzatori sociali, gli strumenti di inserimento e di sostegno, non sono optional. Anche chi ha un lavoro a terminedeve sapere che avrà una pensione. Su questo, anzi, mi aspetterei che i più giovani facessero le barricate.
Eppure, anche la precarietà “spinta” offre qualcosa: un’alternativa al nulla. Perché non è vero che, se con un colpo di bacchetta magica potessimo abolire i lavori flessibili, a termine, o gli stage infiniti, quei posti si trasformerebbero in altrettanti contratti a vita,protetti e privi di rischi. Io credo che lasciar immaginare qualcosa del genere sia una truffa. Un imbroglio ideologico, sociale e morale. Molti di quei lavori semplicemente sparirebbero. I più deboli si ritroverebbero precari senza speranze. Per molti, a quel punto, sarebbe un miraggio trovare un lavoro. E un impiego “in nero” diventerebbe improvvisamente la migliore opportunità in cui sperare.
Ecco, usciamo dal luogo comune. Mentre è indispensabile che il governo, gli imprenditori e i sindacati utilizzino tutti gli strumenti possibili per migliorare il mercato del lavoro (innalzando nello stesso tempo la qualità della vita delle persone e la produttività del paese), sarebbe bene smetterla con la favola della “lotta al precariato”. Con la flessibilità si deve e si può convivere. La si può trasformare in opportunità per costruire la propria vita.
Qui racconterò come. E lo farò attraverso la voce e le storie di giovani che, utilizzando tutto l’armamentario del perfetto precario (corsi di specializzazione, stage, borse di studio, contratti a termine,ricerche su internet, esperienze all’estero), hanno trovato una loro strada o vivono comunque bene con la propria “incertezza”. Si tratta di ragazzi che hanno studiato, che sono cresciuti aspettandosi qualcosa di importante dalla vita ma che, soprattutto, hanno fatto il diavolo a quattro per ottenerlo. Molti di loro, se non sono soddisfatti, è perché vogliono andare molto più avanti. Non si accontentano mai.
Racconterò anche il call center, il totem odierno dello sfruttamento, il luogo comune del “male”, del lavoro incerto. E racconterò che anche addentrandomi in un call center, tra le persone che stanno tutto il giorno al telefono, ho trovato mondi di cui spesso non si parla. Molte testimonianze mi hanno sorpresa e hanno smontato la visione banale che mi ero costruita, ascoltando le solite descrizioni (...).

Puntata del 23 dicembre
 

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